Kitap 6
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« Laonde faccia m cuore e prepariamo qui le cose nostre; mandiamo ai Siculi per confermar meglio alcuni e per procurarci l'amicizia e la lega di altri ; inviamo le« gfet! al resto di Sicilia mostrando che il pericolo è comune, ed io Italia acciò facciano alleanza con noi, o almeno non ricevano gli Ateniesi. Credo anche ben fatto spedire a Cartagine, perchè anche là pur troppo si aspettano e sono sempre in timore che gli Ateniesi o prima o poi non assaltino la loro città : talché forse , al riflettere che non dandosi ctìra di queste cose potrebber trovarsi anch’essi in travaglio, vorranno soccorrerci o di furto o alla scoperta, o in qualunque altro modo. E certo, volendo, possono farlo più di tutti i popoli d’ora, perchè hanno molto oro ed argento, che come sono l’anima delle altre cose , così lo sono della guerra. Mandiamo eziandio a Sparta e a Corinto pregandoli di pronto soccorso per qua, e di mover la guerra nell’Attica. Ma non voglio tacervi qual io mi tenga miglior partito, benché voi non l’approverete tostamente per la vostra solita infingardia ; cioè che noi Siciliani tutti insieme , se vorremo, o almeno moltissimi con esso noi, messo in mare quel che abbiamo di flotte andiamo col foraggio per due mesi ad incontrar gli Ateniesi a Taranto ed al capò Iapigio, ed a far loro chiaro che non avranno prima a combattere per la Sicilia, ma per aprirsi il passaggio dell’Ionico. In questo modo gli sbigottiremo sommamente, e li ridurremo a pensare che noi difensori della patria avremo un ridotto, onde muoverci, in terra amica quale è Taranto ove saremo ricevuti ; che essi dovranno valicar molto mare con tutti gli apparecchi; che difficilmente la loro flotta potrà mantener l’ordine per la lunghezza del tragitto, e che movendosi lentamente ed assaltandoci alla spartita, noi potremo con vantaggio assalirla. Nel caso poi che votate le navi leggere vengano con queste più serrate ad assalirci, allora, se useranno dei remi, gl’ investirérao già stanchi ; e dove non ci piaccia, potremo ritirarci a Taranto. Ed essi intanto che avranno fatto quel tragitto con iscarse provvisioni, quasi si trattasse di una battagli» navale, saranno sorpresi dalla carestia in luoghi deserti, ovi rimanendo saranno assediati; tentando di proseguire il corso dovranno abbandonare gli altri apparecchi e perdersi d’animo, non avendo la sicurezza che le città vogliano riceverli. Laonde io stimo che ristretti da questi pensieri, neanche sciorranno da Corfù ; ma mentre deliberano e vanno spiando quanti e dove siamo , si troveranno dalla stagione spinti nell’inverno ; o attoniti del nostro inaspettato ardimento porranno fine alla navigazione. E ciò tanto pia quanto che (come sento) il più esperto de’ loro generali li conduce a mal grado , e volentieri piglerebbe il pretesto di veder per parte nostra che noi abbiamo di che stargli a petto. Io son certo che di noi avranno nuove maggiori di nostre forze : or le opiuioni degli uomini vanno dietro alla fama, e più si teme chi primo assale, che chi per tempo mostrasi pronto a ributtar l’assalitore; perchè lo crediamo pari a noi nel cimento. E tal sarà ora degli Ateniesi : conciossiachè dispregiandoci giustamente perchè noo ci siamo uniti co’ Lacedemoni a distruggerli, ci vengono contro come a gente che non sappia difendersi. Ma se vedranno 1J inaspettato nostro ardire, saranno più atterriti da questo impensato coraggio, che dal vero ragguaglio di nostre forze. Seguite adunque il mio consiglio soprattutto di mostrar questo ardire , o almeno di apparecchiar prontamente le altre cose per la guerra ; richiamatevi tutti alla mente che il disprezzo per l’assalitore si mostra dal vigore dei fatti, e che sarà nostro grandissimo bene se per quanto stimiamo sicurissimi i preparamenti fatti per paura, nondimeno opereremo come se fossero mal sicuri. Ma già i nemici ci muovono incontro, già, lo so bene, sono in corso, già già son presenti ».